L'ESTATE DEI GATTI
(racconto autobiografico)
Quella del 2008 può essere ricordata nella mia vita come “l'estate dei gatti”. Loro sono stati i veri protagonisti. A ripensarci, rivedo gatti ovunque, di ogni dimensione e colore: neri, pezzati, tigrati, rossi, grigi...
Estate dei gatti anche perché riuscii a coronare il mio sogno: quello di adottare un gatto. E non un certosino con tanto di pedigree, ma una micetta pelosa per caso, figlia di un'agguerrita ed energica gatta a pelo semi lungo di tre colori.
Era il 4 luglio, quando la mia nipotina Silvia mi parlò di una gatta randagia, adottata dal loro condominio a Grosseto. L'aveva vista partorire (per l'occasione mia sorella si era sentita male) e lei, altri bambini ed adulti l'avevano aiutata ed assistita. Poi i cinque nascituri.
“Zia, sono bellissimi!” mi aveva esclamato Silvia con l'entusiasmo che la contraddistingueva “Due grigi, uno tigrato, che terrò io, e due rossi. Tre femmine e due maschi”.
Fufi e i 5 gattini
“Verrò a vederli” avevo risposto senza entusiasmo, ma con la solita curiosità che ho sempre avuto verso quei felini.
Poi la sera ci fu l'incontro fatale con lei. La puerpera era custodita da una gentile condomina di nome Erika, perché era stata minacciata da un gatto randagio. Temevano che le portasse via i piccoli.
Mamma gatta aveva un aspetto signorile, nonostante il suo status di vagabonda. Forse un tempo era appartenuta a qualche bambino o famiglia, che poi si erano stufati di accudirla: un gatto non è un soprammobile, fa pipì, mangia, salta e combina anche qualche malanno. Nella nostra società, in cui ci si stufa subito di tutto, in cui tutti si corre e non ci si guarda più in faccia, in cui sono superflui anche i gesti affettivi, appare logico abbandonare un gatto come un video games o un vestito che non ci piace più. Liberarsi di tutto ciò che c'ingombra od ostacola il nostro individualismo.
Ci si stufa persino dei figli, non si ha energia nel crescerli, ci si arrende subito, figuriamoci di una bestiola!
I 5 nascituri
Appena vidi quella nidiata, mi si sciolse il cuore. Ma risoluta presi in mano una delle due grigie, quella più scura, decisa e cicciotta. L'esserino buffo e peloso scoccò un dardo dritto al mio cuore.
“Mi piacerebbe questa...” dissi d'impeto.
“Mi dispiace, pensavo di tenerla io” si giustificò Erika. Come insistere? Si era presa la briga di seguire tutta la famigliola, di nutrirla ed curarla.
Presi in mano l'altra grigia, bellissima, che aveva i lineamenti del musetto contornati di grigio chiaro, così come altre chiazze sul suo corpicino.
La portai a far vedere a mio figlio Marco, che si trovava due piani sotto in casa di Simona, le piacque subito, ma espresse preoccupazione per la reazione del padre, reticente a vivere con i gatti.
Durante quei due giorni di mare la pensavo, sognavo al nostro futuro assieme, alla casa che sarebbe dovuta essere anche in funzione sua.
Silvia era entusiasta per la mia idea, anche perché in qualche modo la nidiata doveva essere sistemata. La tigrata, buffa e soffiante, l'avrebbe tenuta lei, non riuscivo a capire come, dato che mia sorella era allergica ai gatti, comunque in qualche modo l'avrebbe adottata lei.
Certo, la grigia più cicciotta mi piaceva di più, ma anche la sorellina era deliziosa. In fondo, anche se svaniva il mio sogno di acquistare un certosino (a ben 800 euro), riuscivo ad avere una gattina a pelo lungo. E a me i gatti a pelo lungo sono sempre piaciuti.
Il giorno prima della partenza per il Trentino andai a salutare la gattina. Mi aprì Erika che subito mi disse: “Ascolta... la tua gattina piace a mio figlio, vorrebbe quella...”
Lì per lì m'indispettii un po', senza farlo notare, poi pensai che avrei preso l'altra, la prediletta, e ogni nube svanì.
La presentai a Marco per avere il suo consenso, la trovava strana con tutto quel pelo e il musetto un po' piatto.
Ciucy a luglio
I quindici giorni trascorsi in Trentino con Simona e bambini furono intensi ma lunghissimi. Pensavo a lei, a cosa potesse servirle o piacere. Improvvisamente i negozi per piccoli animali erano diventati i miei preferiti, le bancate del supermercato dedicate ai gatti m'attiravano, con le pappe, le mousse, i dadoletti, gli sfilaccetti e i paté; trovavo interessanti anche le varie lettiere.
Acquistai in un negozio di Mori la cuccia, il trasportino, le coppette per la pappa e l'acqua, la spazzola... tutto era stato predisposto per il suo arrivo. Anche il nome era già stato pensato: Ciucy, nonostante i miei figli mirassero ad altro.
Anche l'ostacolo di mio marito sembrava aggirato o in parte risolto: era stato messo di fronte al fatto compiuto.
Al rientro a Grosseto, Silvia si precipitò da Erika prima ancora che io scendessi dall'auto. Ricomparve quasi subito: “Un disastro! Non ho potuto vedere i gattini! La loro mamma ha aggredito il papà di Erika, vedessi!” cinguettò la piccola.
Non diedi molta importanza alla notizia. Forse Erika era solo seccata dalla mia irruente nipotina e aveva trovato una scusa per liberarsene.
Solo la sera salii da Erika con Simona e scoprii che Silvia era stata fin troppo tenera nella sua descrizione. Il padre di Erika sembrava reduce dall'assalto di un leone durante un safari: una gamba dilaniata dai graffi, un braccio maciullato dai morsi. Eh, sì, l'istinto materno! L'incauto aveva pestato inavvertitamente un gattino e mamma gatta gli si era scagliata addosso come una tigre. Erika l'aveva staccata dalla preda con la scopa, poi di corsa al pronto soccorso. Gatta e gattini si trovavano al momento sulla terrazza, quindi mi mostrò la piccola grigia. Era cresciuta e diventata ancora più bella. Me la strinsi alla guancia.
Questa volta la mostrai a mio figlio Michele, dato che era venuto a farmi compagnia nel viaggio, ed evidenziò subito il suo entusiasmo: non aveva mai visto una gattina così pelosa e buffa. Diversa dai soliti gatti comuni.
Per lei c'era il trasportino in plastica, che in seguito sarebbe diventato la lettiera. Ciucy sembrava remissiva e tranquilla, ma nel viaggio di ritorno in Trentino non volle stare in quella gabbia di plastica. Ne uscì dopo una mezzora e finì in una borsa con dentro un asciugamano, messa ai piedi di Michele. Là stava bene e si tranquillizzò subito.
La presi un attimo in braccio ad un autogrill, era un po' spaventata e fissava perplessa le auto che sfrecciavano sulla corsia dell'autostrada.
Giunti a casa, iniziò ad esplorare l'ambiente, non piangeva, non miagolava, ma non mangiava e non beveva, almeno nelle prime ore. Era disorientata, semplicemente disorientata. Solo verso sera si avvicinò alla coppetta rossa dell'acqua. Poi sgranocchiò qualche croccantino per piccoli gatti.
Ciucy ad agosto
All'inizio dell'estate una gatta tigrata dai grandi occhi verdi girava per il piazzale condominiale, noncurante della sua coda mozza, che le conferiva un'aria da mutilata. Era diventata la gatta di tutti, specie dei bambini che le portavano sempre da mangiare. Ad agosto, osservandola meglio, mi accorsi che aveva il ventre gonfio: sarebbero arrivati altri gattini...
Alla Costa, la campagna di famiglia sotto Brentonico, capitò improvvisamente un gatto giovane ma adulto, di un originale marrone scuro, con tanto di zampette bianche. Magro e spaurito. I soliti l'avevano abbandonato, tanto si sarebbe arrangiato, ormai era grande. Invece era capitato tra di noi a mendicare aiuto, a miagolare come un pagliaccio per avere qualche bocconcino. Gli davamo avanzi dei nostri pranzi, qualche fetta di prosciutto, un po' di pane e acqua. Poi, quando capimmo che si era stanziato, gli comprammo anche i croccantini. Era affettuoso e si strusciava alle gambe e ai piedi, facendoci quasi inciampare, ma aveva un po' di paura, forse aveva preso calci e busse. Lo paragonai a Ciucy, così tranquilla anche se qualche rumore brusco le capitava vicino. Lui, invece, cioè Jack (così fu chiamato da mio cognato), trasaliva e fuggiva al minimo rumore, ma poi tornava. Era la fame.
Un giorno capitò chissà come in cima a un albero di castagno alto almeno trenta metri. Nessuno è riuscito mai a capirne il motivo, ma era là in cima, sul ramo più alto e non riusciva a scendere. Si udiva il solito miagolio lamentoso, che sembrava una disperata richiesta di aiuto. Jack restò in cima all'albero per tre giorni, superando anche una forte bufera. Quella sera, osservando dalla finestra di casa il vento impazzito, pensai a Jack ed ero sicura che non avrebbe resistito.
Non è Jack, ma più o meno era in questa situazione
“Non dirmi che fine ha fatto il gatto, non voglio saperlo!” ordinai a mio marito il giorno seguente, mentre andavamo in campagna.
Ma giunta in cima alla stradina della Costa vidi mia nipote Elisa, che mi salutò allegramente e, accanto a lei, scorsi la sagoma di Jack. Come era salito, era riuscito inaspettatamente anche a scendere, forse al suono della voce di Elisa, che gli aveva portato i croccantini. Jack era tornato, col suo passo dinoccolato, i suoi miagolii imploranti e i suoi buoni occhi gialli.
Forse aveva voluto rincorrere uno scoiattolo o fuggire da qualche animale insidioso. Del resto, un grosso gatto selvatico, tigrato e aggressivo, era stato visto nei paraggi, aveva sbranato il leprotto che ci mangiava le primizie dell'orto, lasciando da una parte solo la testa e le interiora. E aveva fatto fuori tutte le galline di una vicina. Con lui ce l'avevano tutti, persino i cacciatori, perché aveva fatto scomparire la giovane selvaggina.
Ma quell'estate capitarono altri gatti. Una gatta che non riuscii mai a vedere partorì tre gattini nella legnaia dietro la casa di Brentonico. Io e mia cognata Caterina andavamo a vederli, stando attenti che la madre non ci notasse. Forse si sarebbe scatenata come la gatta di Grosseto... Si scorgevano tre musini buffi, sagome dalle movenze ancora incerte: due chiari e uno scuro con un buffo contorno più chiaro attorno ad un occhio.
Un giorno mi attirò un forte miagolio: mamma gatta aveva portato via i due gattini chiari, abbandonando il piccolo scuro. Strillava come un ossesso dalla fame e tremava per la paura e per il freddo della solitudine. Io e le mie cognate ci mobilitammo, a Denise venne in mente di nutrirlo con una siringa di latte diluito con acqua. Ciucciava e brontolava, il piccolo orfano, che sistemammo in garage in una scatola. La macchia sul volto gli dava l'aspetto di un piccolo pirata, poco più grande di un topo.
“Ehi, pirata,” gli sussurravo “la smetti o no di strillare?”
Il piccolo gatto con mia nipote Irene
Nel frattempo la mia vita era condizionata da Ciucy, tanto da far scattare dei meccanismi di autoidentificazione. Bella, pelosa e mordace, viziata e coccolata da tutti. E affamata, molto affamata, come tutti i cuccioli. Forse era una candidata all'obesità felina.
Sempre ad agosto, la tigrata con la coda mozza partorì un cucciolo morto sugli scalini del giardino condominiale. Lo ritrovò un mio vicino e lo eliminò mettendolo in un sacchetto nero di plastica, di quelli per le immondizie. Ma lei non si trovava, forse si era nascosta per partorire in pace altri gattini.
Mi soffermai con il vicino e sua moglie a parlare di gatti abbandonati, convenimmo che ce n'erano troppi in circolazione. Ma la micia dalla coda mozza non dava fastidio a nessuno, anche se qualche intollerante protestava.
Poi andai al mercato del giovedì a prendere un copri divano e poltrona, come rimedio per parare i graffi di Ciucy.
Al mio ritorno nel piazzale scorsi una grosso gatto, accovacciato sotto le macchine, che mi guardava sospettoso.
“È la gatta dalla coda mozza!” pensai “Chissà dove avrà lasciato i piccoli...”
Guardai bene... no, non era lei: era un misterioso grosso gatto siamese marroncino chiaro che mi fissava con i suoi grandi occhi azzurri.
Chi era il misterioso? Forse il compagno della micia dalla coda mozza?
Poi un giorno, a malga Mortigola, un gattone bianco e nero, pacifico e socievole, fece una comparsa fugace e si accovacciò sulla panca dov’ero seduta per un po’ di tempo.
Ma la fine dell'estate segnò il destino di molti gatti che erano comparsi sul mio cammino.
Il piccolo pirata morì una notte, dopo che gli avevamo procurato anche il latte adatto a cuccioli neonati, forse non aveva funzionato il nutrimento a base di latte vaccino o forse, semplicemente, la mamma lo aveva abbandonato perché era ammalato.
La tigrata dalla coda mozza fu trovata morta in fondo al giardino condominiale, tra l'erba, forse la vita l'aveva abbandonata il giorno stesso in cui aveva partorito, sola e senza il conforto di nessuno.
Tragico fu anche il destino di alcuni gattini di Grosseto. La gemella di Ciucy fu adottata da Erika, mentre nessuno, nonostante alcune promesse, si prese in carico gli altri, che finirono con mamma gatta a gironzolare per gli spazi esterni condominiali. Mia nipote Silvia si occupava personalmente della tigrata soffiante, che però non poteva stare in casa più di tanto, a causa delle allergie di mia sorella. Poi, i due rossi misteriosamente sparirono e un brutto giorno la piccola tigrata fu trovata schiacciata in mezzo alla strada di fronte a casa. Silvia rimase scioccata, anche se per fortuna non la vide. Le scrisse una letterina e in giardino le costruì una piccola lapide. Restò solo mamma gatta, “la tigre”, sola e forse ormai dimentica della cucciolata dell'11 giugno.
Restava Jack, padrone della campagna della Costa, che miagolava lamentosamente, anche per nessun apparente motivo, alla sola vista degli umani. Era diventato un bel ciccione, non aveva più paura di noi ed era socievole, accettava ed aspettava le coccole. Ma incerta era la sua sorte, a causa del vicino inverno.
Infine, sorpresa finale. L'11 settembre, in occasione del suo terzo mese, portai Ciucy dal veterinario per visita di controllo e vaccinazioni. Posso dire che quel giorno uscii con una gattina e ritornai a casa con un bel maschietto. Ebbene sì, Ciucy, che per tre mesi avevamo trattato vezzosamente al femminile, era un gattino, con tanto di attributi.
“Non si è avverato il tuo desiderio di avere una figlia virtuale” mi disse mio figlio Marco con tono scherzoso. Ci volle un bel po' ad abituarsi a rivolgersi al micio al maschile, tanto eravamo abituati, ma niente cambiò. Ciucy restò Ciucy di nome e di fatto e la gioia di averlo adottato crebbe ogni giorno di più. Dal manto grigio, lungo e ben lucido, è diventato un amico affettuoso e inseparabile, anche se un po’ mordace. È bello vederlo fare i suoi agguati, che lo fanno assomigliare ad una tigre, anche se il suo musetto, in cui spiccano due furbi occhi grigio-verde, ricorda quello di un piccolo lupo.
Voglio dedicare un ultimo pensiero a Silvia, la mia nipotina, che tanto mi assomiglia nella passione per gli animali. Ciucy sarà sempre un po’ anche suo e mi aiuterà a gestirlo a distanza; non a caso sul Diario Miciomiao, comprato appositamente per questa speciale adozione, ho attaccato la foto di Silvia con il micetto, fatta poco prima di partire da Grosseto. Perché è proprio grazie a Silvia che ora lui è qui con me.
Mori, agosto-settembre 2008
Ciucy, batuffolo di cotone
Ciucy sullo schienale del divano
Il gattino di Brentonico
Ci abbiamo provato, ma non ti abbiamo salvato.
Il colore dei sogni
