Omaggio a Ricky
Nonno Bruno con Ricky
Quando il babbo lo portò a casa lo teneva nella tasca della giacca: era una pallina di pelo nero e ci fece subito impazzire dalla gioia. Lo mise sul pavimento e lui andò a rifugiarsi sotto la credenza della cucina, tanto che non riuscivamo più a prenderlo. Era un cocker nero e decidemmo di chiamarlo Ricky. Correva l’anno 1967. Di lui ricordo gli occhi tristi, le lunghe orecchie, il pelo un po’ allungato e ricciuto, la macchia bianca sul mento e sul petto.
Io e Sandra ce lo contendevamo, facevamo a gara a tenerlo in braccio, a coccolarlo, a farlo giocare. Io, in particolare mi divertivo a fargli dei dispettucci: gli legavo le orecchie con le mollette per i panni, tentavo di vestirlo con gli abiti delle bambole, lo mettevo nella carrozzina. Mi divertivo a dargli dei nomignoli, a seconda dell’aspirazione del momento: Kiki, Kiko, Kikotino, Berlicchete, Belfagor.
Da cucciolo giocava con noi, rincorreva la pallina, si scatenava in lunghe corse quando lo portavamo in campagna, poi, col passare degli anni, è diventato sempre più pigro e indolente e dormiva intere giornate con il muso adagiato sulle zampe anteriori. Se gli giravo intorno mi guardava diffidente, ma senza cambiare posizione e, se mi avvicinavo per stuzzicarlo, mi ringhiava, anche se con scarsa convinzione. Quando scodinzolava, non muoveva solo quel moncherino di coda, ma tutto il corpo ed era goffo e molto buffo. Quando voleva fare i bisognini, si sedeva pazientemente davanti alla porta del terrazzo e guardava verso di noi, assumendo a volte la posizione della sfinge. Se non lo vedevamo grattava alla porta e mugolava.
Era molto affezionato a nonno Bruno, tra di loro c’era un’intesa speciale e andavano a fare lunghe passeggiate sui Lungarni o ai giardini. Dopo la morte del nonno, Ricky continuava mettere sul letto le zampe per cercarlo e mugolava; si è intristito ancora di più, sembrava sofferente, il suo sguardo languido chiedeva. Forse è stato il nonno il suo vero padrone.
Col passare degli anni il suo muso si è un po’ imbiancato attorno alla bocca, il suo corpo si è appesantito e faticava a camminare.
Aveva circa quattordici anni quando è morto. Ricordo di essere rincasata e di avere trovato in cucina la mamma e la nonna: una era seduta di qua e l’altra di là, ma entrambe stringevano in mano un fazzoletto e avevano gli occhi umidi.
Il colore dei sogni
