Una descrizione molto soggettiva

Nooo, voglio il tonno!!!
Nooo, voglio il tonno!!!

Sette mesi, 4,8 kg di peso, occhi gialli e pelo semilungo grigio fumo brillante, coda a pelo lungo quasi della stessa lunghezza del corpo.

Potrebbero bastare due righe per descrivere Ciucy, Mimù, Mordicchio, Mao, Lalli… o come lo si vuol chiamare. In fin dei conti non è altro che un gatto, un semplice gatto come tanti. In realtà, stare a contatto con lui, stargli vicino, sentirlo respirare, incrociare gli occhi gialli e curiosi mi suscita tanta tenerezza e mi stimola la fantasia.

Quando sono a casa, di solito sta sempre nei miei paraggi, per tenermi sott’occhio; secondo me, crede che sia la sua mamma. Ciucy è un micio socievole, ma individualista, gli piace scrutare le persone nuove che entrano in casa, facendo loro anche qualche piccolo agguato. Adesso, se sente suonare alla porta, si accuccia davanti e aspetta di vedere incuriosito l’ospite, accogliendolo con qualche flebile mao mao. Ma poi si ritira e si posiziona nella cuccia davanti alla finestra o sotto la tavola.

Ha un fisico massiccio, con zampe robuste terminanti in unghioli palmati tra loro da cui fuoriescono ciuffetti di pelo. E ciuffetti di pelo gli escono anche dalle orecchie, dritte e un po’ arrotondate. Le zampe anteriori sono le zampettà (in onore al ministro e riformatore francese Gambetta, che si pronuncia Gambettà… ma che c’entra questo?), quelle posteriori sono invece le zampe leste lunghe e scattanti come quelle del coniglio, che terminano nelle coscine sode e cicciotte. Lui, secondo me, è orgoglioso del suo lucido e folto pelo grigio che attorno al collo diventa un po’ più lungo, conferendogli un aspetto massiccio. E anche della bella coda. Quando gli passo lo shampoo secco non gradisce, si divincola ma non soffia (mai sentito soffiare!) e non graffia. Mi scappa, lo riprendo, scappa di nuovo, poi sta mezzora a leccarsi. Per ripulirsi da quella schifezza al borotalco.

Mi piace guardarlo da vicino e immaginare il suo pensiero (figurarsi se un umano può riuscire a penetrare in una testa da gatto!), gli parlo con vocine deformate dalle intonazioni mielose e gli rivolgo appellativi diversi, a seconda del momento e del periodo. Attualmente lo chiamo Lolli lalli lilli lulli lelli e gli parlo al plurale, nel senso che lui è “i gatti” e io sono “le mamme”. Così gli dico, quando torno a casa: “Come stanno i gatti? Hanno fame i gatti delle mamme?”

Provo un certo rilassamento quando lo prendo in braccio e lui ronfa con i suoi ron ron oppure si adagia, appollaiato come una gallina, muovendo ritmicamente la coda a destra e a sinistra (qualche segno d’impazienza?). A volte lo tengo in braccio come un bambino appena nato, a pancia in su, e lui lascia fare per un po’, ne approfitta per roteare la testa e girare lo sguardo in qua e in là. Con le zampette mi passa sul volto, senza farmi sentire le unghie, come volesse farmi qualche carezzina, ma io mi allontano perché non mi fido molto. Mi piace guardargli la linea della bocca grigia che gli fa assumere un’espressione sorridicola, il nasino triangolare grigio e gli occhi tondi e di vetro giallastri. Mi viene in mente una serpentessa (testa triangolare, occhi rotondi, musino appuntito… come una vipera, ma perché proprio una serpentessa?). Poi, improvvisamente si divincola, balza a terra e si allontana con una certa eleganza. Sembra voglia dire: “Decido io”.

 

Il suo profilo è dolce, ma deciso e ricorda la classica siluette del gatto. Ma a guardarlo bene potrebbe assomigliare a un lupetto oppure a una volpe. Anzi, da vicino vicino mi sembra un cartone animato tridimensionale, un protagonista di Madagascar. Nel semibuio i suoi occhi diventano luminescenti, sembrano metallici e ti esaminano con indiscrezione.

Quando sbadiglia, spalanca la bocca senza ritegno come fosse un forno, lasciando intravedere i denti aguzzi e buttando fuori la lingua raspona. Se lo accarezzo sotto il mento lui lascia fare, si tranquillizza, allunga il collo e socchiude gli occhi, ron ron, in beatitudine.

Lo chiamo anche Mao, per il mao delicato e sottile, a volte appena percettibile, ma anche un po’ ruffiano, che produce quando vuole comunicare qualcosa. Sinceramente, non l’ho mai sentito miagolare come si deve.

Assume varie posizioni-tipo: quando si accovaccia assonnato è tondolino, se si rilassa allungato è un triangolo, perché si nota particolarmente il muso a triangolo, se sta in posizione fetale è il micio acciambellato. E poi fa il gatto di Thun sul tavolo della sala, accanto ad un originale gatto di Thun. A volte si mette in posizione fiaschetto sulla lavatrice, sul comò e ti guarda con quello sguardo umano, ti scruta e sembra penetrarti dentro. Dorme sul letto, su sedie impagliate, sul divano, sul tappeto, ma anche sul water.

Ciucy non graffia, ma mordicchia e Mordicchio è uno dei suoi nomi. Se si sente coccolato non riesce a trattenere un morsino trallallà, giocondo e indolore, ma è un piccolo assaggio dei suoi denti affilati. Sembra voglia avvisare: “Vedi, se voglio?”

Ma a volte l’istinto lo porta a fare qualche imboscata, specie a piedi o polsi, che agguanta lasciando qualche segno, spesso lanciandosi con una capriola: questi sono i morsi d’attacco. E quando assale con convinzione diventa le diable, con le orecchie indietro e la testa piccina, un piccolo demonio. Se sorpreso e spaventato s’inarca e raddrizza il pelo che, essendo lungo, lo fa assomigliare a un istrice. E poi, avanza di traverso e fa il cavallino. Gioca a nascondino, si mette in posizione di agguato con la testa quatta quatta e gli occhi tondi e gialli sbarrati e, quando passo, mi salta addosso. Fingo di spaventarmi, scappo e pare lui si senta vincitore. Oppure salta fuori con le zampettà aperte, come uno che fa bao bao. Il suo gioco preferito è il manico di plastica di una cassettina della frutta, io lo tiro e lui lo acchiappa, io lo lancio in alto e lui salta per prenderlo. Poi, sempre per giocare, vuole prendere le mie mani e si alza sulle zampe leste, agitando le zampettà, allora fa la  scimmetta.

Nella tranquillità domestica è singolare vedergli assumere un’aria circospetta e spaventata di fronte a un piatto sbattuto sulla tavola, a un elettrodomestico acceso o a un minimo rumore, sembra voglia giocare a fare il felino. Però è riuscito a stabilire un rapporto migliore con l’aspirapolvere, nel corso di questi mesi: all’inizio scompariva sotto le poltrone del salotto, adesso si mette in posizione fiaschetto su una sedia o sulla tavola.

Incede per la casa con un passo da tigre stanca, tirandosi dietro la coda lunghissima che a volte alza come un piumino per spolverare. Vuole le porte aperte tra le stanze per esplorare meglio e ama andare dove gli è proibito. Si muove tra soprammobili e suppellettili con grazia e agilità, senza rovesciare niente. Se papi è in poltrona, gli salta in grembo e, dopo aver fatto un po’ di grattini con le zampettà (movimenti regolari dall’alto in basso con le zampette anteriori), si accuccia e si addormenta, oppure mi guarda con aria trionfale, come per dire: “Vedi che sono sul trono?”

Se qualcuno non sta bene, lui gli si mette accanto e assume un’aria rassicurante: “Sì sì sto qua io con lui” sembrava dirmi l’altro giorno, in posizione tondolina sulla sedia accanto al letto di Michele ammalato.

Se dalle finestre vede un merlo o un altro uccellino, si agita e tremola, aguzza la vista, gratta con le zampe il vetro e fa uno strano che-che-che che assomiglia un po’ a quello della gallina.

Il suo cibo preferito è il tonno nelle varie versioni con bianchetti, calamaretti, vongole, salmone, ecc. Lo implora con aria accorata e ti fa sentire un verme se non glielo dai. Chi resiste di fronte a quei miagolii strazianti? Mentre lo bauscia sembra una tortora che tuba e pare che non mangi da un mese. Poi, una volta sazio, si stiracchia, si allontana con passo felino e si sposta in salotto a passarsi la lingua dappertutto.

Dicono che gli do troppo da mangiare, ma non resisto al suo sguardo supplicante, allora gli metto in una delle due ciotole un po’ di tonno, aspetto che la mangi, poi lui mi guarda perché attende la seconda razione e così via; se ritardo un attimo mi fa un e allora lo accontento. Gli piace mangiare col cucchiaino, specie quando è rimasta poca roba. Lo aspetta e sembra voglia dire: “Un po’ di classe, per favore”. Oppure affonda il muso nelle crocchette che sgranocchia di gusto e ron ron. Gli piacciono anche bocconcini di panettone o brioche, purché siano di buona qualità, non quelli dei discount. Quando mi sente armeggiare in cucina, basta solo semplicemente aprire il frigorifero, si fionda come un razzo e mè mè chiede la carità.

 

Affermano che è il gatto a scegliere l’umano per amico e non viceversa, ebbene, sono proprio sicura che lui mi abbia scelta.

 

Mori, 20 gennaio 2009