Un piccolo archivio per la memoria

Ci sono dei momenti della propria vita che vanno fissati, per non essere travolti dal tempo che avanza con passo da gigante e porta con sé, nel bene e nel male, sempre cose nuove, rischiando di cancellare quelle passate.

 

 

La Costa

Passato il bivio per Castione, superata la fabbrica Lavesan, un centinaio di metri più avanti si scorge sulla destra il prato delimitato da un confine di fortuna, fatto di pali e paletti, rete e filo spinato ricliclati chissà dove.

Poi ci si trova davanti alla stanga verde di ferro, messa all'entrata della proprietà alcuni anni fa, dopo che qualcuno di notte era entrato per rubare la legna. Ora la stanga ha un lucchetto e per entrare serve una chiave. Il posto, al primo impatto, non dice niente di particolare: un prato con una parte pianeggiante e il resto in pendio fino a un confine non ben delimitato, caratterizzato da cespugli, spine e alberelli selvatici. A ovest il prato è delimitato da un bosco, a sud confina con un altro campo.

Il prato assume un aspetto vivace in primavera, perché diventa un'estensione verde brillante puntaggiata di macchie giallo vivo: i fiori di tarassaco.

E' là che faccio l'orto da almeno otto anni, è là che trascorro parte dell'estate a zappare, vangare, seminare, trapiantare, raccogliere, ecc. A fare cioè tutte quelle operazioni indispensabili a chi vuole mantenere un bell'orto, un orto che dia tutto se stesso.

L'orto stanca, è vero, ma di una stanchezza che appaga, soddisfa, non che sfinisce o stressa. Così me ne torno a casa con cassette piene di verdura, con una soddisfazione indicibile, e trascorro poi qualche altra ora a pulirle davanti al lavandino di cucina, a sistemarle, cucinarle, metterle via per l'inverno.

Credo che l'orto mi abbia insegnato la pazienza, l'attesa, la cura delle cose e che mi abbia fatto perdere una buona dose di impulsività e frettolosità. Ci vuol tempo anche a seminare, operazione apparentemente semplice, e sono convinta che questa sia un'arte. A volte, girando per l'orto in piena fioritura, mi sembra di percorrere un giardino fantastico e non riesco quasi a convincermi che sia tutto frutto del mio lavoro. Sì, l'orto con me in questi anni è sempre stato generoso, forse perché lo sono io con lui.

Ma la vera sorpresa si ha dopo aver percorso un sentiero in salita che porta a prati, castagneti e ai due masi, uno dei quali ristrutturato alla meglio gli anni scorsi. Un vero paradiso, una miniera della natura, dove si può trovare di tutto, a seconda della stagione, basta avere passione e pazienza: erbette di campo e asparagi a primavera, fragoline, fiori e frutti di sambuco in estate, funghi e castagne d'autunno.

Solo d'inverno, com'è ovvio, tutto tace, perché la natura si prende il suo periodo di meritato riposo. Allora il luogo sa diventare triste, con i rami scheletrici che spiccano contro il cielo, il manto erboso verde marcio, il suolo bagnato, melmoso e marrone. La neve, quando cade, gli dà un tocco magico e tutto diventa un incanto. Del resto, solo la neve sa tessere con abilità e maestria un ricamo fantastico e unico.

La Costa è anche un luogo di animali: lepri, caprioli, uccelli di tutti i tipi, insetti fastidiosi e innocui. Una famiglia di lepri, sopra il prato grande, esce la sera, i leprotti si mettono in posa per un po', convinti di non essere visti, poi saltellano nell'erba. Le scorgiamo dal maso, mentre stiamo cenando o consumando una merenda. Il prato grande, un palcoscenico contornato da boschi e castagneti, da dove si sentono solo il canto degli uccelli, il fischio del vento, il ronzio degli insetti.

Là, sdraiata su un asciugamano o sulla sdraio, leggo, scrivo, lavoro a maglia, chiacchiero con mia cognata di cucina o di hobbistica, scherzo con le nipoti. Sempre con discrezione, dato che quel posto m'ispira un senso di solitudine e di rilassamento totale, quindi non gradisco confusione, va e vieni di gente, grigliate, radio accese, ecc. E' un posto che si assapora a piccole dosi, nella dolcezza del silenzio. Solo allora la gioia è immensa. In quei momenti, io mi trovo là con la natura e nella natura, non con le persone.

 

Cara Costa, forse è l'ultimo anno che mi regali il tuo sorriso, ma devo dirti che se anche non ti ho mai sentita come  qualcosa di mio, appartenente cioè alla mia storia, tu sei entrata intensamente e con impeto in questi ultimi anni nella mia vita. Solo che la vita ci pone sempre delle scelte da fare e, per dolorose che siano, vanno compiute. Allora si chiude una fase e se ne apre un'altra. Dura sarà lasciarti, dovrò abituarmi, dimenticherò quello che mi hai dato. E' vero, tu sei lì, ma non so se tornerò a trovarti. Scusami.

 

Aprile, 2009

 

 

 

Il cibo

Anche i gusti in fatto di cibo cambiano nel tempo, si modificano con l’esperienza e a contatto con gli altri. Comunque, di certi alimenti si è ghiotti, altri, invece, costituiscono una vera e propria tortura.

Ho ancora davanti agli occhi la giovane donna dai grandi occhi verde-grigio delusi e pieni di lacrime, che tiene un piatto in mano. Mia madre. La mamma si abbatteva sempre. La mamma era disperata e non sapeva cosa fare. Io non mangiavo.

Ho ancora nelle orecchie voci confuse di qualcuno che, sia pur bonariamente, mi redarguiva. La nonna? Lo zio? Ma ricordo le parole: “Così, farai morire la mamma di dispiacere!”

Allora mi sentivo una bambina terribile: eh, sì, non mangiavo e avrei fatto morire la mamma. La mamma sarebbe morta a causa mia. Ero come Pinocchio, che ha fatto morire la fata dai capelli turchini.

Da piccola ero assai inappetente, eppure crescevo normalmente. Al mattino spesso la mamma e la nonna mi domandavano cosa avrei gradito per pranzo (la sogliola? La fettina di vitello?) ma, il più delle volte, assaggiavo qualche boccone e basta.

La nonna mi portava a mangiare sul terrazzo, mi sedeva sulla seggiolina, m’imboccava e mi raccontava una storia. Il pomeriggio, ai giardini, pazientemente tirava fuori l’uovo, ne spaccava il guscio a metà, eliminava l’albume, metteva il sale nel tuorlo e girava con lo stuzzicadenti. Poi v’intingeva striscioline di pane e me le offriva. Di solito lo mangiavo volentieri, anzi, lo divoravo. Oppure mi dava a bocconcini pane e prosciutto cotto, mentre io giocavo.

Ogni anno la nonna mi portava alla processione di S. Antonio perché nell’occasione distribuivano panini benedetti a tutti. Io li adoravo e ne mangiavo un sacco. Ricompensavo S. Antonio con un mazzo di garofani o di gladioli, che appoggiavo sul carro. Ricordo la musica solenne, la folla ed io che avevo paura di perdermi, vestita con l’abitino elegante e con le scarpette bianche.

Ma il cibo che odiavo in assoluto era il formaggio, qualsiasi tipo di formaggio. Era il suo odore, più o meno forte, che mi nauseava. Da piccola, mia sorella Sandra giocava a rincorrermi con un pezzetto di parmigiano per tutta la casa e io scappavo. Non riusciva mai a prendermi. Finito il gioco le stavo lontana, non volevo alcun contatto finché non si era lavata le mani.

Adoravo la polenta, specie con la fettina di carne cotta nel burro e l’avrei mangiata ogni giorno. Invece me la cucinavano per S. Lucia, per il mio compleanno e in qualche altra rara occasione. Ma chissà, se me l’avessero fatta più spesso mi avrebbe stancato.

Per il resto non mi piaceva altro in particolare e bastava anche un semplice odore a farmi smettere di mangiare.

Crescendo il mio rapporto con il cibo si è fatto meno ostico, ma ho cominciato a mangiare un po’ di tutto dopo che mi sono sposata.

Ora mi piace variare l’alimentazione, adoro le verdure, specie quelle crude, mi piacciono i dolci e la cioccolata. Ma l’avversione per il formaggio è restata.

Il ricordo più antico

La nostra mente non può tenere a mente tutto, ma seleziona i ricordi. Alcuni vengono dimenticati per sempre, altri sono abbandonati momentaneamente per riaffiorare quando meno ce lo aspettiamo. Necessaria, per ricostruire la primissima infanzia è il ricordo mediato attraverso racconti familiari.

 

Sono nata a Pisa, in una viuzza del centro, proprio dietro Borgo Stretto, Via Tavoleria 4, al secondo piano di un modesto ma dignitoso edificio.

L'inesperienza dei miei genitori, poco più che ventenni, era compensata dalla saggezza dei nonni materni, che dividevano con loro l'appartamento e ai quali sono stata particolarmente legata.

Quel 10 febbraio, lo zio Giancarlo, il fratello adolescente di mia madre, stava scendendo le scale per andare a giocare a pallone all’oratorio. Ed era in ritardo.

“Passa a chiamare la levatrice!” gli aveva gridato dietro la nonna “Vilma sta male… forse è arrivato il momento…”

“No, faccio tardi, mi aspettano!” aveva risposto lui con decisione.

“Dai, per favore!” aveva insistito la nonna e il giovane era uscito in strada borbottando qualcosa. E per fortuna Giancarlo passò dalla levatrice, che arrivò giusto in tempo…

Nacque una bambina di 3,400 Kg. Cioè, nacqui io. I miei genitori aspettavano una bambina, erano sicuri che sarebbe nata una bambina e che si sarebbe chiamata Lucia, come la nonna della mamma, la mia bisnonna Lucia.

Appena nata causai subito un piccolo guaio: il parto aveva provocato alla mamma un inizio di emorragia e serviva urgentemente del ghiaccio. Allora non c’erano ancora i frigo nelle case e bisognava andare “dalla ghiacciaia”. Il babbo filò via in bici tra le strette viuzze e sbucò sul Lungarno come un razzo, facendosi travolgere il parafango dal primo bus di passaggio. E non si fermò, tra lo stupore di tutti, ma continuò a pedalare come un forsennato.

Ero molto vivace, capricciosa e un po’ viziata da due genitori troppo giovani e dai nonni che, come tutti i bravi nonni, cercavano di esaudire ogni mio desiderio.

Fin dall’inizio si è rivelato il mio carattere ribelle e trasgressivo. Ero attratta dalle prese della corrente elettrica (forse perché il babbo era elettricista?) e cercavo d’infilarci le ditina.

“Nooo!” mi diceva la mamma. Ma io, appena lei girava l’occhio, di nuovo con le dita nella presa.

“Lasciala fare,” aveva detto una volta il babbo “vedrai… prima o poi non lo farà più”.

E così fu. Presi una scossa leggera e iniziai a piangere spaventata. Da quel giorno non ho più toccato le prese per la corrente, forse ho capito che non mi conveniva. Un’altra mia caratteristica, infatti, è stata sempre quella di sapermi fermare al momento giusto.

Ho imparato a camminare tardi, intorno ai tredici mesi, ed i primi passi li ho mossi ai giardini antistanti l’Arsenale Mediceo, di fronte alla Torre Guelfa.

La mamma mi vestiva sempre come un bon bon: abitini ricamati a mano dalla ricamatrice, generalmente bianchi, e almeno un fiocco in tinta sulla testa. Era severamente vietato sporcarsi, ma una volta raggiunti i giardini mi scatenavo e mi riportavano a casa lurida e con le ginocchia nere.

Avevo un rapporto conflittuale con i baci dei parenti e quando gli zii si lasciavano andare in slanci affettuosi, sbaciucchiandomi sul viso e lasciandomi l’umido della saliva, io reagivo con vistosi sforzi di vomito. La mamma, allora, si vergognava.

Quando esageravo nel fare i capricci, il babbo mi sgridava alzando la voce e per qualche minuto mi metteva in cima alla vetrinetta della cucina. Allora io piangevo, non perché avevo paura di lui, ma perché l’idea di cadere mi terrorizzava, così come la minaccia che mi avrebbero mandato in collegio, se non avessi fatto la brava. Si trattava questa di un’intimidazione priva di consistenza, perché posso dire con certezza che i miei genitori mai e poi mai avrebbero preso una simile decisione.

Non ero molto affezionata al nonno paterno, perché aveva un aspetto un po’ burbero, ma andavo sempre a trovarlo la domenica, perché mi dava cento lire; ricordo che aveva la mania delle scarpe, che teneva lucide come un pavimento tirato a cera. Io allora mi avvicinavo e gliele pestavo, poi fuggivo via. A volte si arrabbiava, ma a volte scherzava anche lui: si toglieva la dentiera, io scappavo schifata e lui mi rincorreva. La nonna paterna, invece, era una donna robusta dai grandi occhi azzurri e dal sorriso dolce. Ero innamorata dei suoi orecchini verdi e quando le salivo in braccio le dicevo: “Nonna, quando muori mi lasci gli orecchini?”

Ancora oggi ho quegli orecchini, che costituiscono l’unico ricordo della nonna, ma valgono ben poco. Nonno Luigi morì presto e qualche anno dopo lo seguì anche nonna Rina. Si era ammalata e mi portarono all’ospedale a trovarla; rimasi scioccata nel vederla: era uno scheletro e le erano rimasti solo i grandi occhi azzurri. Non volevo baciarla perché mi faceva impressione e ricordo di averlo fatto dopo le ripetute insistenze dei miei genitori.

Io adoravo i nonni materni che vivevano con noi e che mi facevano sempre dormire in mezzo a loro. Il nonno giocava sempre con me, mi raccontava la storia della “Capra Trentana” e mi faceva passare per il vicolo dove abitava il mostruoso animale. Si trattava di una stradina che portava direttamente sui Lungarni, dove si trovava una porticina di legno chiaro tutta graffiata... dalle cornate della Capra! Provavo paura ed attrazione verso quel posto e volevo sempre passarci.

Il nonno lavorava alla SCAC e lo mandavano sempre lontano; quando se ne andava piangevo disperatamente e quando tornava ero al settimo cielo, perché mi portava sempre un animale di peluche o una bambolina. La nonna, invece, mi accompagnava ai giardini e pazientemente mi dava la merenda, quasi l’unico cibo che, per un bel po’ di anni, mangiavo in una giornata. Oppure mi portava alla processione di S. Antonio, dove distribuivano i panini benedetti. Allora accadeva il miracolo e ne mangiavo anche cinque o sei.

Ma amavo nonno Bruno e nonna Gemma perché mi portavano a Marco, in Trentino, il posto che adoravo sopra ogni cosa, sinonimo di libertà, corse ed aria aperta.

 

Con i nonni

Entrambe queste foto sono state scattate sui Lungarni. A sinistra sono col nonno materno, nonno Bruno (morto nel 1975), a destra con il nonno paterno Luigi (morto nel 1960).

 

 

Oltre i due anni

Le mie prime foto